Violenza sulle donne - i lavori della 3A AFM

La 3A AFM, guidati dalla prof.ssa Claudia Di Carne, ha affrontato quest'anno il problema della violenza sulle donne. Dalle loro riflessioni, tra le altre cose, è nato un articolo ed acuni video presentati il 24 maggio ad alcune classi durante l'incontro "la ricchezza della diversità"
Il video, che proponiamo, realizzato da Valeria Mincuzzi e Alessandra Savino, illustra lo straziante dolore di una ragazza, di nome Celeste, che ha perso la vita per mano di un uomo.

Nella stanza di un cupo obitorio il suo corso giace su un freddo piano da autopsia ma la sua anima è ancora viva e racconterà la sua tragica vicenda. Lo farà rammentando momenti agghiaccianti di una vita trascorsa nel dolore, scoprendo se stessa morta.

Articolo della 3A AFM sulla violenza sulle donne

Troppo di frequente, quando si parla di violenza sulle donne, il cui esito ultimo è il femminicidio, ci si limita a fare statistiche e si insiste, spesso con morbosità, sul racconto dettagliato di episodi molto simili tra loro. Talvolta si rasenta il gossip e si alimenta l’idea della violenza fine a se stessa, senza neppure interrogarsi sull’effetto che ciò potrebbe avere su un pubblico immaturo, propenso più all’emulazione che alla riflessione. Interessante sarebbe, invece, insistere sull’analisi delle dinamiche psichiche che spingono un soggetto all’accettazione passiva della violenza. Perché una donna persevera nella relazione con un uomo violento? Cosa la induce a sentire attrazione verso individui aggressivi che la condurranno alla morte?
Una donna disposta ad accettare violenza è, quasi sempre, una donna segnata da una storia di abbandono, di trascuratezza familiare, di incomprensioni continue.
E’ la vittima sacrificale di un contesto che ha generato in lei un senso profondo di frustrazione e di inadeguatezza; costei sente di non meritare nulla, di non essere degna di attenzioni e di affetto.Volendo provare a sintetizzare, potremmo dire che si tratta di una donna che non ha fatto esperienza dell’amore. Tuttavia, occorre spingere lo sguardo più in là e fare una riflessione più ampia, che prenda in considerazione la società nel suo complesso e non tenga conto solo dell’influenza esercitata dalla famiglia.
Se è vero che casi di femminicidio sono attestati anche nell’antica Roma, è però indubbio che la società attuale vede crescere incessantemente, come attestano alcune indagini statistiche, il numero delle violenze. L’esperienza dell’amore sembra appartenere sempre meno alla nostra società, segnata dal predominio di modelli egoistici, che inneggiano all’utilitarismo e esaltano l’io.

Nel mondo contemporaneo tutto appare relativo, nulla è destinato a durare, non si distingue tra ciò che è buono e ciò che non lo è. Ciò compromette in maniera drastica valori che nel passato erano fondamentali, punti di riferimento assoluti come la famiglia, logorata da separazioni e divorzi, e le istituzioni religiose, sempre meno credibili. Un individuo che non abbia sperimentato relazioni sane, del resto, come potrà orientarsi e riconoscere ciò di cui ha bisogno?
Chi non possiede modelli validi è destinato a procedere, nella sua ricerca d’amore, a tentoni: nel mare delle esperienze possibili, afferra al buio ciò che trova, senza verificare che corrisponda a ciò che desidera. Finisce così per rinunciare alla propria aspirazione alla felicità e mortificare se stesso. E’ questo il primo tacito atto di resa, cui faranno seguito, un poco alla volta, molte altre rinunce. Una donna che abbia rinunciato a vedere realizzato il proprio bisogno d’amore, difatti, non saprà riconoscere neppure il proprio diritto al rispetto e alla dignità. La morte violenta che molte donne subiscono non è altro che l’atto finale di una privazione di sé che è cominciata molto prima.